SPALMARE/SAPERE/ADONAI

Domenica 22 marzo 2020
IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)
(Gv 9,1-41)

Continuando a partecipare del digiuno più atroce, ovvero quello dal Pane e dall’Acqua di Vita (da osservare come il «nostro» digiuno preveda di consumare proprio i soli pane e acqua, mentre in questa difficile Quaresima, ciò di cui siamo privati è proprio il Pane e l’Acqua Viva), questa domenica continuiamo a proclamare un altro estratto secondo Giovanni, che poi tanto «estratto» non è, in quanto si tratta dell’intero capitolo 9.
Il cardinal Martini, a proposito del metodo per leggere la Parola di Dio, disse che, prima di tutto, occorreva dotarsi di una penna, e poi aprire il Vangelo: «perché il Vangelo si legge con la penna e non soltanto con gli occhi».
Ebbene, quest’oggi potremmo consumare l’inchiostro di non si sa quante penne, per commentare la pericope che abbiamo dinanzi. Gli spunti, i tracciati, le riflessioni, i rimandi, sono tantissimi, e più se ne individuano alcuni, più se ne aprono altri, in una continua ed esponenziale eco esegetica.
Di ciò dato atto, ci limiteremo a fornire alcune chiavi (evidentemente «insufficienti») che possano accendere e stimolare la meditazione del lettore.

Primo
La prima sottigliezza che vorremmo evidenziare sta nel verbo SPALMARE, il quale si trova sia al versetto 6 («Detto questo, [Gesù] sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco»), sia al versetto 11 («Egli [il cieco guarito] rispose: “L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista”»).
In greco il verbo «spalmare» è espresso con epikhrío che letteralmente significa «ungere_sopra». Ma da evidenziare è il fatto che il verbo khrío, da cui deriva epikhrío, è la radice del sostantivo khristós, che non occorre chiaramente tradurre.
Interessanti, a tal proposito, alcune notazioni.

a-La prima, tratta proprio dal versetto 6, ci mostra come Gesù, con il suo atto, abbia reso manifesto chi Egli sia: questa guarigione del cieco nato è una chiara epifania del Signore, prima che essere un atto prodigioso e curativo: Egli è il Messia, il Cristo, non un medico!

b-La seconda ci porta al versetto 22 («[…] i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga»).
Ecco il grado più alto del peccato, ovvero il peccato che non verrà mai cancellato (cf. Gv 9, 41): quando il Signore si rivela, ma nei suoi confronti il rifiuto è pregiudiziale e cosciente, il peccato diviene imperdonabile (cf. Mt 12, 31: «Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata»; cf. anche 1Gv 5, 16: «Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a coloro, cioè, il cui peccato non conduce alla morte. C’è infatti un peccato che conduce alla morte; non dico di pregare riguardo a questo peccato»).

c-Rilevante una terza riflessione, che dal versetto 11 ci porta, poi, al versetto 15.
Ebbene, abbiamo già riportato il versetto 11, nel quale il cieco guarito dice proprio che l’uomo Gesù gli ha «spalmato gli occhi»; ma quando viene, invece, interrogato dai farisei (v. 15), costui non adopera il verbo «spalmare (epikhrío)», bensì dice: «Mi ha messo (epéthekén) del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo».
Ecco, non è facile affrontare il mondo per chi crede in Cristo, anche se Egli ci ha «miracolosamente toccato»; e non bastano i miracoli materiali (che sono quotidiani tra l’altro) a indirizzare ed incoraggiare il nostro percorso di fede: credere nel Signore Gesù è un cammino di crescita interiore (che naturalmente viene, man mano, proiettato esteriormente); è un tragitto continuo e costante, in cui il pieno miracolo non è (solo) il mero evento prodigioso a livello pragmatico, bensì la conversione del cuore; la conversione della vita.
Purtroppo, però, lungo questo percorso, spesso si inciampa, poiché il richiamo, ovvero il timore, del mondo è forte in noi, più forte anche di un miracolo (cf. Gv 11 [la risurrezione di Lazzaro]). Tuttavia il Signore conosce queste nostre debolezze, questa nostra «cecità», e, in tal caso, il suo perdono (se, riconoscendoci «ciechi», lo invochiamo) sarà sempre pronto.
Come terminerà il nostro cammino?
Beh…ognuno di noi scelga la propria strada.
Invece, com’è terminato il cammino del cieco guarito?
Lo vedremo a breve.

gerusalemme_getsemani_degli_ulivi_giardino
Getsemani (Gerusalemme)

Secondo
Un secondo momento di riflessione lo argomenteremo seguendo il tracciato di un altro verbo estratto dalla pericope odierna: SAPERE.
Se il lettore avrà notato, partecipando con la lettura o col mero ascolto del brano evangelico, siamo al cospetto di un gergo prettamente concentrato su tre aspetti sensoriali: udito, tatto e vista.
Ma dei tre, vorremmo concentrarci sull’ultimo, anche perché, leggendo in lingua corrente italiana, qualche dettaglio ci sfugge.
Ebbene, l’aspetto della «vista», già manifestamente preponderante, se andiamo al greco originale del testo, diventa subissante; quasi strabordante: il «vedere», infatti, è inteso anche ogniqualvolta nel testo ci si trova al cospetto del verbo «sapere».
Il greco oráo, di fatto, significa certamente «sapere», ma il suo senso di fondo è perfettamente quello di «vedere»; e se andiamo, nelle righe evangeliche in esame, a sostituire «sapere» con «vedere», ecco che ci troveremo accecati da una continua e ridondante concentrazione:

a-versetto 1: «Passando, vide (è esattamente adoperato proprio il verbo oráo, e in tal caso il traduttore italiano lascia precisamente l’accezione «vedere», mentre, nel corso del testo, oráo è adoperato come «sapere») un uomo cieco dalla nascita»;

b-versetto 12: «Gli dissero: “Dov’è costui?”. Rispose: “Non lo so (vedo)“»;

c-versetto 20: «I genitori di lui risposero: “Sappiamo (vediamo) che questo è nostro figlio e che è nato cieco»;

d-versetto 21: «ma come ora ci veda non lo sappiamo (vediamo), e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo (vediamo). Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé”»;

e-versetto 24: «Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: “Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo (vediamo) che quest’uomo è un peccatore”»;

f-versetto 25: «Quello rispose: “Se sia un peccatore, non lo so (vedo). Una cosa io so (vedo): ero cieco e ora ci vedo”»;

g-versetto 29: «Noi sappiamo (vediamo) che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo (vediamo) di dove sia”»;

h-versetto 30: «Rispose loro quell’uomo: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete (vedete) di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi»;

i-versetto 31: «Sappiamo (vediamo) che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta».

Basterebbe arrestarsi solo sui dettagli di questo elenco per rimanere abbacinati da infinite analisi esegetiche.
Soffermiamoci, per non restare abbagliati, giusto ad alcune note.
I soggetti protagonisti sono 3 (lasciamo stare il punto a- poiché è stato citato solo a titolo esplicativo): i genitori del cieco guarito; i farisei (e fino a qui possiamo ammetterli); ma anche lo stesso cieco guarito!
Partiamo brevemente dai genitori (punti c-; d-).
Essi vedono circa le vicende materiale che hanno coinvolto il figlio, ma no riescono a vedere oltre; nondimeno, si considerano onestamente ciechi dinanzi al Mistero: ma questo non è un peccato imperdonabile (cf. 1Gv 5-16), poiché essi sono ciechi e tali si dichiarano (cf. Gv 9, 41).
Ci basti.
Abbiamo, poi, i farisei (punti e-; g-;).
Essi, invece, affermano di vedere, e di vedere anche «oltre», poiché emettono giudizi anche al di là della materialità. Orbene costoro, dinanzi al Mistero, proprio perché consci che lo vedono e ne sanno, in virtù di ciò non saranno mai perdonati del loro peccato (cf. 1Gv 5-16), poiché il loro rifiuto del Signore è ben consapevole (cf. Gv 9, 41)!
Ci basti.
Infine, eccoci al cieco guarito (punti b-; f-; h-; i-).
Il suo atteggiamento non è facile da cogliere: anch’egli limita la sua percezione visiva alle questioni pragmatiche, rimanendo cieco per quel che concerne l’ambito spirituale; tuttavia sembra che in lui ci sia una turbolenta ricerca e un vorticoso sbandamento, quasi a domandarsi: «Com’è possibile che, pur vedendo, non riesco a vedere?».
Paradigmatico, a tal proposito, è il versetto 12 (punto b-): «Gli dissero: “Dov’è costui?”. Rispose: “Non lo so (vedo)“». Eppure era stato appena guarito dalla sua cecità!
In merito a quest’ultimo aspetto, però, manca un versetto che andrebbe elencato assieme agli altri, ovvero il versetto 37: «Gli disse Gesù: “Lo hai visto (anche qui vale lo stesso discorso per il punto a-: il traduttore lascia «vedere» quando invece il greco è oráo che, seguendo la logica strutturale della pericope, andava tradotto con «sapere»): è colui che parla con te”».
Ebbene, dato atto di questi ragionamenti, il miracolo del capitolo 9 secondo Giovanni, non sta al versetto 7 («Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe” – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva»), bensì proprio al versetto 37, poiché è esattamente a questo punto che gli occhi (compresi quelli del cuore) del cieco sono completamente aperti!
Ed infatti, appena dopo, il cieco, guarito non solo «dalla», ma «nella» cecità, può fortemente liberarsi nella sua piena affermazione e professione: «Credo, Signore!» (v. 38).
Il lettore osserverà: Gesù, forse, ha sbagliato a fare il miracolo all’inizio, e, quindi, ha dovuto ritentare dopo?
Sarebbe estremamente interessante, a partire da tale domanda, assolutamente lecita vista la riflessione sin qui manifestata, fare un raffronto con un altro passo evangelico che tiene similmente la stessa portata di quello odierno, ovvero il cieco di Betsàida (Mc 8, 22-25: «Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: “Vedi qualcosa?”. Quello, alzando gli occhi, diceva: “Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano”. Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa»), tuttavia lo spazio e il tempo sono nostri acerrimi nemici.
Attenendoci, dunque, a fare salva la domanda solo per l’episodio odierno, possiamo carpire la risposta nel terzo punto di sviluppo di questo nostro incontro.

Terzo
L’episodio odierno del cieco guarito, al di là del miracolo concreto, che non v’è motivo di escluderlo (lo abbiamo ripetuto più volte: Gesù è storia! E per spiegarci meglio col gergo moderno, dato che, ogni tanto, è bene anche attualizzare il linguaggio comunicativo, invece del nostro consueto greco e latino, tanto odiato da chi si sforza di leggere questi sgradevoli commenti, adoperiamo l’inglese: Gesù non è story, ma history!), rivela che il prodigio vero e proprio non sta nella sola apertura delle pupille, quanto piuttosto nello «spalancamento» del cuore: e questo è un cammino in cui l’opera del Signore tiene conto della nostra libertà.
Egli, infatti, non può costringerci alla conversione, ovvero ad amarlo.
Può infonderci, per Grazia, l’incipit, l’impulso, l’avvio: tuttavia spetterà, poi, a noi, certamente tra le difficoltà dei nostri stenti, scegliere, di fronte ai bivi, la via corretta; rialzarci qualora dovesse capitare un inciampo.
Ben sicuri, però, che tali deficitari approcci (i nostri peccati) saranno sempre perdonati (chiaramente se di questi se ne chiede a Dio il perdono), poiché camminare verso il Signore è un’erta difficoltosa ed insidiosa, ed Egli è consapevole che la nostra condizione di esseri limitati può portarci a cadere: le nostre cecità, infatti, nel momento in cui divengono partecipi del cammino verso Lui, saranno sempre rimesse.
Non sarà perdonato, invece, chi pregiudizialmente e coscientemente, pur avendo beneficiato del nitore della Grazia, dice di vedere che Dio non c’è; di sapere che Dio non è; di vedere e sapere solo sé (cf. 1Gv 5, 16)!

Ebbene, ecco i passi del tragitto del cieco guarito.

a-Al versetto 9 egli dice: egó eimi, ovvero «io sono».
Ma questo è il nome di Dio!
E nel Vangelo secondo Giovanni è tipicamente in bocca a Gesù (cf. ad esempio Gv 18, 5-6 «Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro “Sono io“, indietreggiarono e caddero a terra»).
In partenza, dunque, il cieco, pur se sanato materialmente dalla Grazia del Signore, con riguardo a sé stesso ancora non manca di adoperare la formula egó eimi (il suo livello è ancora acerbo: «Dio» e «io» non sono ben nitidi); mentre, abbiamo già visto, quando gli chiedono di Gesù, egli riduce il Signore ad un: «Non lo so (vedo – v. 12: pur se Dio gli ha reso luce, il cieco guarito è ancora annebbiato)».

b-Al versetto 17, invece, ecco che nella bocca, ma meglio nel cuore, del cieco guarito, inizia a cambiare qualcosa: ha camminato; sta camminando, pur se tra stenti e sbandamenti; dal suo iniziale «Non lo so (vedo)» è passato a: «È un profeta!».

c-Ma, come abbiamo già accennato sopra, il suo cammino arriva a compimento: il cieco, guarito materialmente, trova finalmente il Signore (v. 36: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?») e insieme viene pienamente trovato dal Signore (v. 37: «Lo hai visto: è colui che parla con te»), e questa volta l’incontro diviene compiuto, poiché il germe della Grazia è stato fecondato dalla fatica dell’uomo, il quale, completamente aperto negli occhi e nel cuore, non può fare altro che esclamare e professare: «Credo, Signore!» (v. 38), dove «Signore», in greco è kúrios, ovvero l’equivalente dell’ebraico Adonai, quindi…il nome di Dio!

Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te: non è miracolo compiuto, quando io è separato da D_io!
Così sia, anche per questa irta Quaresima!

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